Le storie, l’immaginazione e il sistema dei surrogati

Il significato delle storie, dai miti al fantastico.

Di ejntoo

In Articoli, - Leave a comment

Le storie che si scriveranno, i quadri che dipingeranno, le musiche che si comporranno, le stolte pazze e incomprensibili cose che tu dici, saranno pur sempre la punta massima dell’uomo, la sua autentica bandiera. Quelle idiozie che tu dici saranno ancora la cosa che più ci distingue dalle bestie, non importa se supremamente inutili, forse anzi proprio per questo. Più ancora dell’atomica, dello sputnik, dei razzi intersiderali. E il giorno in cui quelle idiozie non si faranno più, gli uomini saranno diventati dei nudi miserabili vermi come ai tempi delle caverne.
Il mago, Dino Buzzati

Qual è il significato della vendita della fantasia? Un libro, un film o addirittura un videogioco sono questo: immaginazione condensata, estratta dalla mente del suo creatore e plasmata in una forma che possa essere trasmessa. È fondamentale chiedersi quanto ci sia di buono in una tale passione che vede protagonisti il mittente e il ricevente; come sia possibile che una simile attività coinvolga tutti, e come coordinarla con un lato del pensiero altrettanto importante, quello analitico e scientifico, spesso considerato nei secoli rispetto all’arte inconciliabile, ora superiore, ora subordinato. Come atteggiarsi nei confronti della smaterializzazione dell’arte – come per i formati elettronici, che per strani motivi terrorizzano; e come confrontare il senso estetico che le storie possono suscitare con la misura in cui esse sono invece educative. Il nostro cervello è in grado di considerare bello qualcosa da cui non possiamo trarre nessun beneficio?

Queste domande andrebbero inscritte in una forma più generale di riflessione sull’arte, e più in dettaglio sull’arte di raccontare storie; tutte, però, si possono ricondurre al problema dell’autenticità. Le forme in cui si manifestano i surrogati dell’essere sono tante, ma quasi sempre materiali, tangibili; le storie sono invece molto più astratte, e per una curiosa coincidenza anche molto più potenti. Per capire quale genere di storie possa influire su noi ascoltatori come un surrogato, bisogna tener conto del ruolo che in esse ha l’immaginazione, o creazione di possibilità. Immaginare è creare possibilità senza realizzarle, o – come sarebbe forse più corretto dire - prima di realizzarle. Il poeta inglese William Blake sosteneva che ciò che gli uomini avevano chiamato Dio non fosse altro che l’immaginazione, e credeva che il peccato originale di Adamo ed Eva non fosse stato la consapevolezza del bene e del male, ma l’aver abbandonato questa tensione viscerale degli uomini a conoscere.

Come qualcosa di così attivo e libero può diventare il mezzo di trasmissione di un surrogato? La questione ha anche a che vedere con il significato evolutivo dell’immaginazione. Perché tutti noi amiamo concepire nuovi universi in cui accade un evento? Perché in questo modo trasformiamo un avvenimento impossibile in avvenimento potenziale (potenza), che è il primo passo per renderlo un avvenimento futuro (atto); lo traiamo fuori dal magma irrealizzabile del nulla all’interno della sfera del poter essere pensato, cioè, in una sola parola, dell’essere. Immaginare nuovi eventi porta al cambiamento, che, in qualità di chiave per il miglioramento, viene sempre favorito dalla selezione naturale.

E, nell’evoluzione umana, l’immaginazione nasce con i primi tentativi di spiegazione, cioè i miti: come se la gente, nel suo bisogno di capire, provasse e riprovasse, immaginando, nel tentativo di arrivare a una risposta vicina alla verità. Questo spiega perché le storie, e in particolare quelle della tradizione, come le fiabe, siano il più prezioso patrimonio in possesso dell’umanità: perché una risposta data da chi ci ha preceduti permette ai suoi successori di continuare a porsi la domanda. L’animale che inventò per la prima volta una rozza storia, destinata ad ampliarsi nelle generazioni, per rispondere a una propria curiosità è l’uomo di fronte al quale tutti gli scienziati del mondo devono inginocchiarsi.

Platonismo perverso

Animate da questo motore inarrestabile, le storie incapsulano modelli di comportamento e schemi di definizione delle verità, trasmettendoli nel tempo e modificandosi gradualmente con essi. Come espressione di questa tensione degli uomini a plasmare il mondo intorno a sé, le storie diventano surrogati quando l’immaginazione inizia a divenire sostituzione, anziché amplificazione, della realtà. Se l’attività per sua definizione è creativa, l’immaginazione può diventare strumento dell’umana ricerca di protezione, e creare realtà alternative a scopo consolatorio. Ci sono espressioni usate quotidianamente, tanto da essere diventate meno musicali e assonanti di un concerto per sassofono, che si spacciano per rivendicazioni sociali del concetto di l’art pour l’art: “fuga dalla realtà”, “le ali della fantasia”, “lasciarsi andare all’immaginazione” sono tutte frasi dette dalle persone meno sospettabili, che rivelano una triste delusione di fondo verso se stessi: Leopardi forse avrebbe assentito, ma Wilde, tirato in gioco così meschinamente, avrebbe subito sollevato minacciosamente il suo bastone da dandy. «L’arte è immorale», «L’arte è esperienza estetica» non significa «Il mondo è brutto, perciò ne inventiamo un altro che facciamo finta sia reale in cui essere felici». Questo genere di immaginazione è quella indotta dalle storie di consumo, distinguibili perché sono proprietà e diritto di qualcuno, e fanno parte dei prodotti di mercato a tutti gli effetti. Clive Staples Lewis, nel suo famoso saggio Tre modi di scrivere per l’infanzia, individuò con grande acume il modo peggiore di raccontare delle storie: dare ai lettori – o agli ascoltatori – quello che vogliono. Dove «quello che vogliono» indica ciò che il loro più irrazionale istinto edonistico desidera per colmare altre lacune dell’animo – in primo luogo, ancora una volta, il desiderio di sicurezza e appagamento. Siamo perciò alla situazione peggiore, in cui i libri forniscono il surrogato di un surrogato! Gente come Gustave Flaubert, Baudelaire o Francois de Sade, d’altra parte, avrebbe detto che l’immaginazione è proprio questo: il mondo in cui la morale non ha valore.

Peccato che tra l’altro Lewis stesso, nella sua ingenuità, abbia violato questa regola aurea, come indica perfettamente qualche passo preso a caso (e va bene, lo ammetto, non proprio a caso) da uno degli ultimi capitoli della sua fortunata serie Le cronache di Narnia:

Di fronte alla finestra c’è uno specchio. Se guardate fuori e poi vi girate all’improvviso, continuerete ad ammirare il paesaggio nell’immagine riflessa. In un certo senso il mare o la valle che vedrete allo specchio saranno uguali a quelli veri, ma al tempo stesso avranno qualcosa di diverso: vi sembreranno più profondi, colorati e meravigliosi, come sono i luoghi descritti in un racconto. Questo perché in un racconto non c’è niente di superfluo, niente che non valga la pena di essere descritto. La differenza tra la vecchia e la nuova Narnia era più o meno la stessa. Nella nuova le cose sembravano più nitide, vivide: ogni pietra, ogni fiore e filo d’erba avevano qualcosa in più.

Spero che abbiate provato il mio stesso disgusto nel leggere il passo, e in particolare la parte in grassetto; ricordo che leggendolo per la prima volta, da bambino, ebbi la stessa sgradevole impressione che ci fosse un fraintendimento, che l’autore non potesse voler intendere davvero ciò che era scritto, e che in qualche modo volesse dire il contrario. Adesso riesco a spiegarmi quella sensazione di nausea: in realtà è proprio quel che di superfluo, quel dettaglio che non vale la pena di essere descritto, ciò che rende l’universo al di fuori dello specchio così degno di essere conosciuto, così vero. Il mondo può essere brutto? Questo significa che è perfezionabile, non rigettabile. Crearsi un mondo a specchio non solo non migliora la situazione, ma è anche un atteggiamento vigliacco, una volgare Weltschmerz.

Per onor di completezza, voglio precisare la critica con un esempio immediatamente successivo:

Anche gli altri cominciarono a correre e con grande sorpresa scoprirono di potergli stare tranquillamente dietro: non solo gli agili cani e gli uomini, ma anche il piccolo, tozzo Enigma e Poggin con le sue gambette corte. L’aria li colpiva in volto come se procedessero a gran velocità su una decappottabile. Il paesaggio scorreva veloce come quando ci si affaccia al finestrino di un treno in corsa. Andavano sempre più veloci, ma nessuno sudava, era stanco o aveva il fiatone.
- Non fermatevi! Guardate al cuore delle cose e abbiate fede – disse Alidifuoco, sbattendo con forza le ali per salire più in alto.
- È comodo, per lei che può volare – commentò Eustachio.
Ma Diamante rincarò: – Non fermatevi! Il cuore delle cose è oltre, continuate ad andare.
Ebbero appena il tempo di sentire queste parole, parzialmente coperte dal frastuono dell’acqua, che lo videro tuffarsi senza esitazione. A uno a uno anche gli altri fecero lo stesso. La prima cosa che notarono (in particolare Enigma) fu che l’acqua non era fredda come si aspettavano, ma di una freschezza spumeggiante e addirittura piacevole. Si misero a nuotare in direzione della cascata.
- È una vera pazzia – disse Eustachio a Edmund.
- Lo so. E poi… – aggiunse Edmund.
- Non è meraviglioso? – chiese Lucy. – Non vi siete accorti che la paura vola via, nostro malgrado? Avanti, proviamo.
- Incredibile, è vero – esclamò Eustachio. [...]
Dietro veniva Tirian: muoveva mani e piedi come se nuotasse in una piscina, e fin qui tutto a posto; il fatto è che si muoveva in verticale, come se si arrampicasse sulla parete di una casa…
Presto raggiunsero la cima, bagnati e felici.

Questa improvvisa orgia e ubriacatura di contentezza, descritta all’inizio del capitolo eloquentemente intitolato «L’addio alla terra delle ombre», è dovuta al fatto che tutti i protagonisti sono morti e si sono ritrovati in un platonico mondo perfetto, specchio di quello ideale e abile metafora del cristiano Regno dei cieli. Ora, che cos’è questo procedimento, se non un dare ai lettori quello che il loro edonistico istinto desidera? Un mondo di perfezione, in cui il fulcro del surrogato, un surrogato della vita, è il guadagno gratuito – nell’accezione etimologica di «per grazia» – di felicità e ancora più manifestamente miracolosi superpoteri. Superpoteri! Ed è ancora più umiliante che nel caso – ad esempio – dei supereroi dei fumetti, i quali sono, se non altro, personaggi non più normali collocati in un contesto normale, con nemici e problemi definiti: nel loro caso ciò che di loro ci attira è l’effetto di straniamento; leggiamo le loro storie perché sono metafora delle nostre, per il desiderio di essere come loro; nel caso di Lewis, invece, ciò che ci attira e spinge la storia è il rimpianto di non essere come loro: un  «contemptus mundi» a cui lo scrittore inglese non era estraneo, ma che in realtà è una semplice conseguenza di questa corruzione delle facoltà immaginativa.

E potremmo anche fare un’eccezione e sorvolare, perché – lo si ripete spesso – l’arte è una forma di soddisfazione soprattutto per l’artista, che attraverso di essa dà espressione alla sua creatività; e poi, in fin dei conti, ognuno ha il diritto di scrivere – o registrare, o raccontare, o sceneggiare, perché le storie non si esauriscono con i libri – quello che gli pare. Ma qui di creatività ce n’è poca o nulla, perché esiste una specie di codice, di racconta di ingredienti, per intrattenere il lettore inducendogli un passivo senso di escapismo senza nessuna capacità artistica.

Se ne potrebbe fare un (incompleto) elenco:

  • Introdurre personaggi con caratteristiche desiderabili. Nella scrittura di livello mediocre raramente ci sono personaggi di abilità mediocre; è molto più facile – e attrae esageratamente di più – crearne di grandiosi, eccelsi e insuperabili nel campo di loro competenza, che generalmente varia con il genere letterario. Nascono così gli investigatori infallibili dei gialli, i giovani maestri della musica nella narrativa a sfondo contemporaneo, fino ad arrivare ai tanto fortunati predestinati tipici delle storie fantastiche. In tutti questi casi, se personaggi del genere esistessero nella realtà ci starebbero terribilmente antipatici, ma il fatto che vivano in una finzione a cui prendiamo parte individualmente ci permette di sopprimere il nostro dovere (o frenare la nostra passione) a sviluppare quella stessa abilità. Come dire: è bravo al posto nostro.
  • Persone normali davanti a scelte morali pericolose, o alle prese con grandi passioni. Questo punto non deve essere considerato troppo rigidamente, perché non è necessariamente qualcosa di negativo in sé; lo diventa, forse, quando viene considerato a scopo consolatorio per rimpiazzare questi elementi quando mancano nella vita reale, o nei confronti di un più generale senso di delusione. È ovvio che nella maggior parte degli uomini con cui tutti condividiamo la nostra vita c’è un enorme potenziale inespresso, per via di una bassissima libertà di scelta, frustrato con problemi banali e spesso inventati, come le convenzioni sociali: in questo contesto, anche auspicarsi vere difficoltà all’altezza delle proprie capacità può essere una reazione, una primitiva rivendicazione di individualità. E di questo non possiamo biasimare proprio nessuno.
  • La penetrazione del fantastico nel quotidiano. Forse lo stratagemma più diffuso, semplice e pericoloso. Ha ragione di esistere nella semplice verità che gli uomini tendono naturalmente a essere delusi dal mondo in cui vivono, considerandolo quasi una banalizzazione dei loro meriti e delle loro aspettative. Possiamo immaginarne le varie cause? La forte influenza delle religioni a base metafisica, che prevedono l’esistenza di una casa trascendente da cui gli uomini provegono e a cui continuamente tornano, è di certo fra i fattori più importanti. Chi di noi è cresciuto con un’educazione cristiana può facilmente capire di cosa sto parlando: quel senso di partecipazione a una grande storia attraverso la quale tutti, pur nei nostri umili destini personali, siamo collegati, e ognuno ha un ruolo importante nel suo svolgimento.
    Qualcuno potrebbe obiettare che, seppur illusorio, questo si possa considerare un modo alquanto dignitoso per vivere. Be’, di certo non posso negare che essere dedicati a uno scopo, sentirsi connessi alle cose, sia un atteggiamento estremamente positivo. Ma perché dovremmo rinunciarvi quando il nostro ideale si rivela infondato? Perché non possiamo sentirci coesi e destinati a qualcosa di grande secondo un ideale di fedeltà alla terra, fondato su noi stessi, anziché su qualcosa di diverso? E, soprattutto, perché sopravvivono ancora le storie come miti dell’oltramondano e dell’irreale? Perché in così poche storie si può riconoscere un mito dell’umanesimo, che in relazione al reale – e, sì, anche alla bruttezza del reale – rivendichi la propria volontà di riplasmarlo?